Da Pavia a Trieste lungo il Po (canali, conche e lagune), poi Lussino e ritorno - 2017


AVVENTURA

 

Autore: Gambocat

Premessa:
Nelle nostre famiglie di origine non ci sono navigatori, tranne mio zio Carlo. E’ un grande esperto della Grecia ionica ma soprattutto per due volte ha disceso il Po da Cremona e da Mantova arrivando fino al Lido di Venezia. Queste sue navigazioni ci hanno sempre affascinato e abbiamo cercato il momento giusto per bissarlo, ma per non perdere neanche un miglio navigabile del grande fiume noi volevamo partire da Pavia.
 
La pianificazione:
Purtroppo i cambiamenti climatici degli ultimi anni con il conseguente abbassamento dei livelli navigabili del fiume e l’inutilizzo della storica conca di Isola Serafini avevano sempre rinviato questo progetto. Se si vuole effettuare la discesa del Po nel periodo estivo c’è un sito essenziale da consultare: www.arni.it dove potete rilevare il bollettino giornaliero dei pescaggi minimi dei fondali e degli idrometri, delle differenze in centimetri con il giorno prima, del posizionamento delle boe di segnalazione dei fondali in ogni tratta.
Queste boe sono importanti perché integrano la segnalazione fluviale standard posizionata sull’argine soprattutto in quei tratti dove le secche del fiume non seguono una logica ordinaria. La boa rossa va lasciata a destra dell’imbarcazione scendendo verso il delta, quella bianca a sinistra. Chiaramente in risalita vanno lette al contrario.
 
La realizzazione:
La lettura dei bollettini giornalieri sui livelli del Po ha inondato nel mese di luglio il nostro quotidiano famigliare: pur non avendoli mai sentiti nominare ne sapendo esattamente dove fossero, posti come Isola Malavasi, Fronte Ficarolo, Monte Stienta, Valle Curva n°13, Ca Prinella, Valle Gaiba hanno invaso la nostra vita, le nostre comunicazioni telefoniche, gli sms, gli argomenti di conversazione. Per farla breve, il bollettino del 24 luglio non dava scampo: troppi i passaggi con 70 e 80 cm di pescaggio massimo e quindi la prospettiva sarebbe stata di varare in laguna veneta o in quella di Grado per poi proseguire in Croazia.
Ma poi il miracolo: le rare piogge di fine luglio e la sete di acqua delle coltivazioni del mais con conseguente richiesta di apertura delle dighe lacustri e alpine hanno fatto registrare ovunque una crescita di 15 / 20 cm del pescaggio minimo del Po, che si posizionava quindi nei tratti critici almeno a 90 cm. Abbiamo fatto qualche telefonata ai circoli pescatori sugli argini e la decisione era presa: magari torneremo indietro ma valeva la pena di tentarla. Come ci ha detto più di un pensionato fluviale: “male che vada vi insabbiate!!”
La conca di Isola Serafini era inagibile ma non volevamo rinunciare a percorrere il Po da Pavia a Cremona in un tratto che risulta il meno antropizzato del grande fiume. Per evitare una logistica complessa abbiamo quindi optato per varare il gommone a Isola Serafini presso la New Nautica di Brusamonti, risalendo contro corrente il fiume fino al Ponte della Becca per poi ridiscenderlo di nuovo verso la diga.
 
DAY 1: da Pavia a Cremona
Messo quindi il gommone in acqua dolce puntiamo la prua verso ovest per risalire verso Pavia: noi frequentiamo i laghi padani ma vi sono differenze sostanziali che si percepiscono quando si naviga sul Po. Vedendolo dai ponti o da sopra gli argini non si comprende esattamente la sensazione di “avvolgimento” che dà il fiume. A pelo d’acqua si è, durante la stagione estiva, almeno a dieci metri sotto il livello superiore dell’argine per cui il mondo esterno e l’orizzonte della pianura spariscono, scompaiono. Cala di colpo non la nebbia ma un sipario verde sul mondo esterno fatto di vegetazione e pioppeti a cui sopravvivono solo i campanili, le ciminiere, gli acquedotti, le rare strutture sull’argine per il funzionamento delle idrovore. Navigando dentro gli argini non si è visti e non si vede più il mondo esterno diventando parte di una “minoranza etnica” che esiste nell’alveo del fiume.
In questo tratto verso Pavia, tra Isola Serafini, Caselle Landi, Mortizza, Piacenza, Somaglia, Monticelli Pavese si trovano le più vaste anse del fiume Po, molto accentuate, lunghe e sinuose che non troveremo invece nella discesa da Cremona al mare dove il Po diventa più “lineare” e con curve a minore raggio. Vi sono scenari incontaminati dove il corso d’acqua si prende tutto lo spazio che vuole tra pioppeti, robinie, golene, vegetazione tipicamente padana aggrappata sugli argini. Qui la presenza umana è quasi nulla tranne qualche barchetta da pescatore, rarissime le case sull’argine e i pontili galleggianti.
Ed eccoci infine al Ponte della Becca di Pavia. Qui la nautica “Amici del Po” è la prima vera struttura da diporto a monte del fiume, dove si trovano ormeggio, gru di alaggio, benzina, possibilità di lasciare auto e carrello, assistenza per i motori. Oltre questo ponte non si va: proprio sotto le sue vecchie, malconce e discusse strutture di ferro di colpo il fiume si appiattisce, perde quel metro di pescaggio per passare ad avere un paio di spanne d’acqua. Queste non sono più acque per i nostri tubolari.
Fin qui siamo arrivati e da qui ripartiamo in favore di corrente sapendo che da Pavia, che ci lasciamo alle spalle, Trieste è lontana 303 miglia da guadagnarsi in 5 o 6 giorni di navigazione. La voglia di vivere questa avventura c’è ma dobbiamo fare i conti con un pescaggio del nostro gommone che in galleggiamento alla fonda abbisogna di 85 centimetri e che in navigazione a venti nodi trimmati scende a 70 cm di pescaggio.
 
DAY 2: da Cremona a Pontelagoscuro
Stamani il gommone è appeso con le sospendite all’argano della MAC di Cremona, dove abbiamo lasciato auto e carrello compiendo via strada quei dieci chilometri che ci distanziano dalla New Nautica di Isola Serafini. Ci lanciamo lungo il fiume con un’andatura costante di navigazione a 25 kn – 4330 rpm – 16 lt/h, considerando di avere 2,7 kn di favore di corrente. Il ritmo della navigazione è scandito dai passaggi sotto i rari ponti sui quali sono fissate le segnalazioni fluviali per il transito sotto la campata navigabile, i chilometri di fiume che lo distanziano dalla sorgente del Po e il nome della località. Transitiamo sotto il ponte di Casalmaggiore ma quello che fa riflettere è pensare che la carreggiata a 15 metri di altezza possa essere lambita dall’onda di piena. Sembra incredibile che il vuoto sopra di noi sia riempibile da milioni di metri cubi di acqua.
Ma il dubbio ce lo tolgono i piloni dei ponti: hanno appesi alle loro strutture portanti il segno degli eventi di piena, piloni come testimoni di paure e timori a cui si aggrappano interi tronchi di alberi rinsecchiti, rami come altimetri di alluvioni, che ti pare impossibile siano arrivati “da soli” a dieci metri di altezza da dove galleggiamo ora, fino a domandarsi chi e come li ha posizionati perché sembra impossibile che l’acqua arrivi “fino a li!!”.
Davanti a Brescello, il paese di Don Camillo e Peppone, il fiume svolta a sinistra ed è attraversato dal ponte di Viadana sulla cui riva destra si trova il nuovo porto fluviale del Boretto. Sull’altra riva troviamo tristemente bloccata la “Stradivari” che con i suoi 62 metri è la più grande e prestigiosa Motonave fluviale italiana ma ora è qui immobile e impotente davanti alla nostra prua. Nonostante il suo limitato pescaggio attende piogge e tempi migliori per tornare a far sognare i suoi passeggeri.
Proseguiamo verso Guastalla e Luzzara, qui il Po punta verso nord – est in un percorso lineare ma sempre interessante. Quasi attratto dalla sua sorgente alpina, ora il fiume vira bruscamente a ovest e stavolta sappiamo bene dove siamo perché ci eravamo preparati: l’Oglio confluendo nel Po crea uno scenario unico in tutto il corso del fiume, più riconducibile a una laguna che a un alveo fluviale. Partono rami secondari del fiume da più parti e anche i cartelli segnaletici perdono l’orientamento mentre dalla riva vediamo schizzare alle canne vari pescatori che ritirano le lenze che lasciano lunghe per intercettare il pesce siluro che pare ami bazzicare la succulente foce dell’Oglio e quello che trasporta. Guardandoci in giro abbiamo dubbi sulla direzione: andiamo di qui, no meglio di là, il cartello a rombi bianco rosso indica a sinistra ma là si vede sabbia emersa, forse meglio a destra e di colpo ci troviamo insabbiati. Qualche metro a poppa l’ecoscandaglio dava quasi due metri. Su di trim, gas al motore, elica che genera a pelo d’acqua una fontana mista di acqua, sabbia, fango e torniamo di 180° sui nostri passi. Intorno sentiamo le grida e le voci dei pescatori rumeni, più intenti a tutelare le loro lenze che a indicarci la direzione con sufficiente pescaggio anche perché non mi pare che ci sia sto gran traffico di imbarcazioni in giro e gli sembreremo certamente gente che “ha sbagliato strada”. Proviamo a intuire la traccia dell’unica via che ci sembra percorribile e tenendo il fiato diamo di manetta passando tratti a 70 cm di pescaggio ma arriviamo proprio davanti alla foce dove il fiume compie un’ampia curva a destra e troviamo abbastanza acqua per proseguire in un ambiente davvero anomalo con acqua, sabbia, pietre, tronchi d’albero arenati, isolotti di melma ovunque e piazzate qua e là le tende attrezzate dei pescatori che come marines sorvegliano, od occupano, questa no man land.
A volte il Po varia il suo confluire nella sede regolare tra argini distanti tra loro un centinaio di metri per espandersi in slarghi e bacini molto più vasti, dove chiaramente l’acqua si disperde in più direzioni abbassandone il pescaggio e il fiume diventa un percorso ad ostacoli dove d’estate solo le boe rosse e bianche sanno indicare una traccia non sempre intuitiva come in situazioni “normali”.
Immaginiamo che navigare il grande fiume in primavera e autunno sia completamente diverso e molto più rilassante. Certo ci sarebbe il problema dei tronchi, rami e detriti galleggianti a pelo d’acqua, che noi non abbiamo, e al posto delle secche problemi di corrente con maggiori influenze sulla chiglia e il controllo dell’imbarcazione. Vorrà dire che dovremo tornarci in situazioni meno estreme; dopo qualche miglio a zig zag vediamo svettare oltre l’argine tre ciminiere bianco – rosse. Rapido controllo al GPS per scoprire che siamo ad Ostiglia, una delle potenziali destinazioni di oggi.
Sono circa le tre del pomeriggio e navighiamo da 6 ore. Avevo verificato la conformazione del fiume qui ad Ostiglia che in un’ampia virata a destra si appoggia ad un alto argine nascondendo dietro un’insenatura cieca le strutture galleggianti collegate dalle passarelle a terra della Società Nautica Ostigliese. Sul pontile un pescatore socio dell’Associazione con tanto di secchio pieno di pesci, preludio di una serale zuppa fluviale, ci accoglie e resta volentieri a raccontarci la vita “di Po” (come lo chiamano qui) in quel di Ostiglia: le conseguenze di una siccità che a questi livelli non ricordava neanche lui, delle isole di sabbia che si sono create sul fiume, delle escursioni alle oasi naturalistiche che organizza l’associazione, della tanta gente che vi è tornata a passare le giornate lungo gli argini come non si vedeva da tempo, di fare attenzione al ritorno alla conca sul Mincio perché l’acqua è molto bassa e soprattutto quale situazione troveremo nelle prossime venticinque miglia, che sono le più critiche segnalate anche dal bollettino Arni.
Da Cremona al mare sono 151 miglia, facendo due conti con il serbatoio dovremmo farcela ad arrivare a Venezia l’indomani perché rilevo dall’indicatore carburante che il minor consumo in favore di corrente “si sente”. In alternativa a 600 metri oltre l’argine di Ostiglia c’è un benzinaio per cui con il carrellino al seguito prendo 25 litri di carburante che ci consentono certamente l’autonomia fino a Chioggia.
A causa della calura decidiamo di non restare in CN ad Ostiglia, riprendiamo la navigazione ed eccoli finalmente i luoghi, i campanili, i ponti, gli slarghi del fiume che disperdono la poca acqua e che hanno accompagnato la nostra pianificazione estiva: Revere, Melara, Isola Bianchi, Castelmassa, Felonica, Ficarolo, Stellata, Galba, Castelfranco, Occhiobello scorrono veloci a 20 miglia nautiche mentre sotto di noi il pescaggio oscilla tra i 90 e i 70 centimetri con la pinna del motore che miglio dopo miglio passa dal nero cupo all’acciaio vivo!
Questo è un tratto davvero impegnativo con boe che integrano la segnalazione sull’argine e seguono rotte più da slalom speciale sulla neve che da chiglia nell’acqua. Ci insabbiamo alla grande tre volte a causa dell’istinto e il timone che vanno verso la parte ampia dell’ansa del fiume mentre il passaggio è stavolta in quella corta, dove non vediamo in tempo le boe. Prima che il panico ci assalga quel mulo del Mercury ci stupisce ancora: spinge trimmato i 15 quintali del battello con sotto una spanna di acqua alzando fango e spruzzi di palta a poppa, sperando che santa girante non smetta di pompare il poco liquido che passa dalle feritoie...
A Pontelagoscuro il Po vira bruscamente a nord est risalendo in direzione del mare. Ma per oggi basta, ci ormeggiamo alla Trattoria “Il Pontile” di Santa Maria Maddalena dove troviamo un ormeggio libero per trascorrere la notte in CN.
 
DAY 3: da Pontelagoscura a Venezia
La luce dell’alba ci avvolge e troviamo sul gommone i residui della rugiada notturna con il cimitero di insetti sparso su tubolari e cuscineria. Transitiamo sotto i due ponti stradale e ferroviario di Pontelagoscuro dove il fiume punta decisamente verso oriente e il riflesso del sole sul grande specchio d’acqua è suggestivo. Miglio dopo miglio aumenta la temperatura e navighiamo tra gli argini imponenti del polesine a Francolino, Canaro, Polesella, Guarda Veneta, Crespino, Berra, Papozze. Qui il Po è davvero molto ampio e con alti argini, aumenta la portata dell’acqua e progressivamente scompaiono i segni delle secche e delle sabbie.
Faccio due calcoli sulle miglia e stimando che manchino un paio di ore richiamo il numero della conca di Volta Grimana che avevo già preavvisato ieri sera del nostro probabile arrivo in mattinata. Mi rimandano a ulteriore telefonata da fare davanti alle paratie che nel frattempo apriranno nel versante del Po da dove arriviamo.
A Papozze il fiume perde alla sua destra il primo ramo del delta: il Po di Goro se ne va verso Ariano Ferrarese, la Mesola, Goro e Gorino con la sua importante dote d’acqua. Qui il grande fiume sembra ribellarsi a questo scorporo e si attorciglia su se stesso come una biscia ferita formando un’enorme gicane che crea tra i due frontalieri paesi di Corbola e Bottrighe una grande S, con secche impressionanti alternate a pescaggi sopra i dieci metri. Uno scenario molto particolare con forti correnti e ampie vie di fuga per l’acqua verso le golene che immaginiamo siano inondate durante le piene.
Usciamo da questo tratto tornando con la prua a est sentendo per la prima volta il profumo del mare e della brezza carica di salino. Mentre parliamo tra di noi e sfoglio la cartelletta con tutti gli appunti e i documenti sfila sulla nostra sinistra un canale e buttando l’occhio abbasso di colpo la manetta: ci siamo, l’ho vista decine di volte in fotografia, ne conosco la storia e non ci si può sbagliare guardandola nella sua grandezza, quella è certamente la Conca di Volta Grimana, costruita inizialmente negli anni venti e più volte ammodernata che con le sue immense paratie alte una decina di metri impedisce al grande fiume di inondare la parte nord della provincia di Rovigo, ma al tempo stesso regola il passaggio delle imbarcazioni verso l’Idrovia Po - Brondolo che conduce verso la laguna veneta.
Virando a sinistra verso la darsena davanti alla conca la sensazione è di essere piccoli, molto piccoli, troppo piccoli davanti a “sta roba”! Il silenzio è totale e la struttura incute un certo timore. Chiamo al telefono e risponde la sala macchine e l’operatore al telefono mi conferma “ti vedo”. Guardando con più attenzione scorgo infatti le telecamere sui pali ai lati dei semafori. Mi viene spontaneo di salutarlo e mi dice di essere pronto per l’azionamento dei sistemi idraulici. Mi chiede che direzione avrò per sapere se “dimenticarmi” nel caso andassi verso il Po di Levante e l’Adriatico oppure se continuo verso nord. Gli confermo l’opzione di arrivare e Chioggia e con un rassicurante “allora ti seguo” mi conferma che ci accompagnerà a video per aprire le conche sull’Adige e il Brenta, ma di richiamare al telefono quando sono davanti all’ultima conca di Brondolo per entrare in laguna a Chioggia.
Inizialmente il lento fluire dell’olio nei pistoni rende impercettibile il movimento delle paratie che progressivamente diventa visibile e più veloce. A poppa verso il Po le due enormi porte si chiudono lentamente a battente dietro di noi e il movimento dura almeno dieci minuti dopo i quali ci troviamo chiusi nello spazio interno alle due paratie che misura almeno 150 metri. Cala il silenzio, lungo la parete di cemento costellata di anelli d’ormeggio nuota una nutria che evidentemente qui ha vita facile a cibarsi con le prede che restano chiuse nella trappola. Nuovo rumore stridulo e con la stessa lentezza si apre la paratia nord da cui entra progressivamente una processione di rami, canne, pesci morti, plastiche galleggianti sospinte dal maggiore dislivello del Po di Levante rispetto all’attuale bassezza del Po di Venezia da cui proveniamo.
Usciamo dalla Conca di Volta Grimana e dopo un centinaio di metri dalla sinistra parte il Canal Bianco. Dopo un paio di miglia e attraversato il ponte verso Porto Viro ci si presenta un bivio e infiliamo la parte destra più ampia ma mi viene un sospetto. Rapido controllo al GPS e torniamo indietro perché dritti arriveremmo a Porto Levante e in Adriatico, ma noi dobbiamo prendere a sinistra il canale più stretto e proseguire verso Chioggia e Venezia.
Il Canale Po Brondolo scorre dritto e dopo una ventina di minuti vediamo davanti a noi la luce rossa dei semafori prima di uno slargo del canale con un paio di enormi chiatte industriali ormeggiate. Siamo arrivati alle Conche di Cavanella d’Adige. Ci fermiamo alla distanza indicata dai cartelli , non passa un minuto che silenziosamente la paratia comincia a scorrere lateralmente come un cancello automatico, il semaforo volge al verde ed entriamo nella conca. L’apertura della porta opposta ci svela l’Adige con dietro il pittoresco campanile di Cavanella. Il Fiume è molto ampio e scorgiamo imbarcazioni che discendono verso il mare Adriatico che da qui dista poche miglia verso Rosolina.
Lentamente ci dirigiamo verso la sponda opposta dell’Adige per transitare dall’altra conca dove, dopo avere lottato con il mezzomarinaio, ci liberiamo da un fasciame di canne e detriti galleggianti che ci ha accerchiato e avvolto all’apertura della paratia nord per riprendere la navigazione sull’Idrovia Po – Brondolo. Dopo 4 o 5 miglia dritte come un fuso in mezzo alla campagna a sinistra e le strade di Sant’Anna a destra giungiamo al fiume Brenta con i rimessaggi e le nautiche lungo gli argini che ci sdoganano oramai definitivamente dalla nostra solitaria navigazione fluviale. Il Brenta non ha una conca verso il canale che proviene dall’Adige ma ne possiede una importante, quella di Brondolo, per l’entrata nella laguna di Venezia. Transitiamo la conca e dopo un breve tratto di canale eccoci in laguna veneta: passiamo in dislocamento sotto i ponti di Chioggia e ci fermiamo per rifornirci di carburante e comprare qualcosa da mangiare. Fa caldo ma c’è anche la brezza del mare e troviamo un ormeggio temporaneo all’ombra nel canale centrale davanti all’entrata di uno storico palazzo.
Da Chioggia passiamo davanti alle bocche di porto per costeggiare l’interno della laguna lungo Pellestrina e il Lido. Il caldo del pomeriggio e anche una certa stanchezza si fanno sentire, sapendo che ci aspetta una serata veneziana, decidiamo di infilarci nel canale che attraversa l’isola di Poveglia ormeggiandoci all’ombra degli alberi per un lungo e fresco pisolino rigenerante.
Riusciamo a convenire un ormeggio in transito per stanotte al Diporto Velico Veneziano e decidiamo di transitare nel bacino di San Marco dove ogni volta è emozionante vedere dall’acqua questo posto unico al mondo. Stavolta non ci siamo arrivati da Fusina ma “da casa” percorrendo il minor numero di chilometri stradali possibile.
Al Diporto Velico Veneziano sistemiamo il gommone per il CN ormeggiandolo a cime lasche in previsione della marea notturna che danno in forte salita. Ottimi i servizi a terra. Usciti fuori dal cancello siamo già a Sant’Elena per dirigerci a piedi verso l’Arsenale. Trascorriamo un bella serata romantica con un tramonto da urlo.
 
DAY 4: da Venezia a Grado (Isola Santuario Barbana) 
Fare CN a Venezia è speciale e ci si sveglia in un'altra epoca circondati dal tintinnio del sartiame e dal sottofondo cupo dei vaporetti che doppiano l’Isola di Sant’Elena. Senza fretta smontiamo la tenda, attrezziamo il gommone e in dislocamento ci dirigiamo verso Punta Sabbioni dove subito prendiamo il canale Saccagnana che segna l’inizio dell’Idrovia Litoranea Veneta che in 145 chilometri di canali, lagune, paludi, bricole, fiumi conduce nella Laguna di Marano, poi Grado e Trieste. Sommati ai 55 chilometri dell’idrovia Po – Brondolo – Venezia che abbiamo percorso ieri si tramutano nei quasi 200 chilometri più spettacolari che si possano fare con un gommone! Solo percorrendoli si può apprezzare la varietà del paesaggio, del contesto, dell’ambiente, della natura, dell’arte, della storia, della cultura, dell’ingegneria e di come l’acqua dolce o salmastra sotto la carena possano avere mille facce diverse e uniche.
E’ mattino presto e incrociamo qualche pescatore proveniente dalla distesa d’acqua sulla nostra sinistra immersa ancora nella foschia dell’alba. L’ultimo tratto prima della conca del Cavallino torna ad essere il Canale Casson che accompagna alle paratie chiuse con tanto di semaforo rosso. In seguito alla telefonata al manovratore si aprono le conche, mutano i colori del semaforo e sull’argine del Sile si crea una coda di ciclisti che attende il nostro passaggio per attraversare il ponticello sopra le paratie mobili.
A destra in mezzo chilometro arriveremmo al mare, noi invece puntiamo a sinistra e risaliamo il fiume Sile fino a Jesolo tra alti pioppi e argini percorsi da sportivi di corsa o in bicicletta. Il fiume qui ha una larghezza e portata importanti immerso in un intenso colore verde ovunque. Rallentiamo entrando in paese a Jesolo e prendiamo a destra il Canale Cavetta che indica “Lignano”.
Qui ci misuriamo subito con uno dei tanti ponti “al pelo” dell’idrovia litoranea veneta: noi sul nostro Led 590 non abbiamo roll bar e il tientibene della nostra consolle pesca circa 160 cm dalla linea di galleggiamento. Ovviamente abbiamo tolto l’antenna e passiamo con una tolleranza di circa 25 - 30 centimetri sotto il ponte semovente che, chiamando con 24 di anticipo potrebbe essere aperto per imbarcazioni con sovrastrutture più alte. Proseguiamo su un canale dritto che più dritto non si può e arriviamo alle Conche di Cortellazzo che troviamo già aperte.
Usciamo nel fiume Piave con le sue baracche e reti da pesca a trapezio ma lo prendiamo solo per qualche centinaio di metri contro corrente per imboccare a destra il Canale Rivedoli la cui conca, come preannunciato dall’operatore stamani, sarebbe stata aperta in quanto ci conferma che in periodi di magra e in estate i dislivelli tra i canali, il fiume, le paludi si conguagliano tra loro e risentono molto dell’effetto calmierante che hanno le maree del mare sui tanti estuari dei fiumi che li alimentano.
Qui il canale porta a Torre di Fino – Eraclea e prosegue per 6 miglia tra due argini di canneti che aprono a una sconfinata pianura su ambo i lati con diverse coltivazioni di riso, certamente frutto di bonifiche del passato. Lo confesso, complice il caldo e l’assoluta assenza di imbarcazioni o abitazioni, non ho rispettato i 3 nodi di velocità e filando oltre i 20 ci siamo goduti una gustosissima andatura a zig zag come in un circuito in mezzo al verde, con la consolazione che avrei fatto comunque più onda in dislocamento...
Il canale sbocca nel Fiume Livenza che prendiamo a destra in favore di corrente: la sua foce si spalanca nel mare che vediamo la davanti tra i due paesi di Porto Santa Margherita a destra e Caorle a sinistra. Prendiamo verso Caorle lungo il canale dell’Orologio che transita nel centro del paese permettendo alle imbarcazioni che vengono dal mare di trovare un sicuro approdo nell’omonima darsena che troviamo alla nostra destra. Usciamo dal paese imboccando il Canale Saetta che è molto interessante e per qualche miglio alterna il transito tra zone incontaminate e pochi segni di presenza umana, sfociando poi all’Isola dei Pescatori nel Canale Nicesolo, dove in dislocamento andiamo a visitare i casoni di questa laguna di Caorle – Bibione, molto belli e caratteristici, una vera oasi naturale.
Imbocchiamo il Cavanella, che è un Canale di nome ma non di fatto visto che si tratta di una vera e propria laguna, con basse terre emerse ai lati, percorrendo l’entroterra della litoranea di Bibione. Da Caorle in poi l’andatura è molto diminuita e raramente siamo usciti dalla planata. Sono quasi le 13 e siamo in movimento in maniera ininterrotta dalle 8 di stamattina quando siamo partiti da Venezia. Il caldo si fa sentire, ci infiliamo nel Canale Lugugnana e dopo un paio di rettilinei e altrettante virate arriviamo al Fiume Tagliamento transitando tra le due paratie aperte della Conca di Bevazzana destra.
Sul lato friulano del fiume una serie di cartelli gialli appesi ad un palo che emerge dall’acqua ci riporta per la prima volta alla direzione finale perseguita in questi giorni di navigazione: Trieste. Risaliamo per un chilometro il Tagliamento e troviamo la bella Conca di Bevazzana sinistra con il suo aspetto quasi marziale. Transitiamo sotto il basso ponte mobile ciclopedonale avendo non più di 20 cm di luce con il tientibene e ci infiliamo nel Canale Tagliamento. Dopo un paio di miglia in maniera progressiva vediamo svanire i canneti, poi gli argini, da canale diventa bacino e troviamo qualche bricola, l’acqua comincia a perdersi in qualcosa di largo, più largo e adesso vasto e azzurro. Sappiamo dove siamo per averci già navigato: questa è la Laguna di Marano dal lato di Aprilia Marittima e Lignano Sabbiadoro.
Siamo a pomeriggio inoltrato e alla fine ci sono volute quasi sette ore per navigare poco più di 70 mn, dandoci ogni tanto di manetta oltre il consentito. Se non lo avessimo fatto 12 ore non sarebbero bastate e ci avrebbero trovato come due uova al ciarighino avvolte da tubolari tra Caorle e Bibione...
Ora finalmente diamo di manetta ma non se ne parla di perderci una visita ai Casoni del Fiume Stella che risaliamo per poi percorrere il suo braccio sinuoso che in mezzo ai canneti porta alle famose abitazioni lagunari. Fuori dai Casoni tagliamo dritto per intercettare le bricole che portano prima a Marano e poi nel circuito lagunare verso Porto Buso. Qui prendiamo a sinistra il canale verso il fiume Ausa e ci infiliamo alla marina Sant’Andrea per una fresca merenda rigorosamente con aria condizionata!
Ma il problema è per stanotte: è stata diramata un’allerta meteo abbastanza seria. Le alternative per il CN sono il porto di Grado (che ci rimbalza), la darsena della Trattoria Ai Ciodi di Porto Buso (bellissimo ma troppo esposta essendo previsto forte vento e temporali) oppure l’ormeggio all’Isola del Santuario di Barbana, un posto che lascia il segno, dove ci prepariamo per il CN credendo erroneamente che la bora che ha soffiato forte fino alle 18 fosse l’allerta meteo che si aspettava. Invece tutto accade rapidamente: da nord ovest la nube nera all’orizzonte segue le alpi e sembra volere risparmiare la laguna di Grado, poi di colpo vira verso sud investendola in pieno. Duellando con il vento faccio appena in tempo a togliere il tendalino e buttarlo tutto sformato sotto i portici del convento francescano e al ritorno sul gommone la tenda blu, con dentro Elena, è completamente spianata e appiattita dal vento a filo di tubolare. Provo inutilmente a raddrizzare da fuori la struttura della tenda spingendola controvento ma poi decido di infilarmi dentro anche io per fare da contrappeso con il corpo ridandogli una forma e tenerla in posizione. Non mi preoccupa il gommone, è ben ormeggiato e la bora lo spinge contro i parabordi e la banchina. La buriana si rinforza, arriva e passa la grandine, arriva e resta la pioggia che si intensifica, aumenta il vento accompagnato da lampi e fulmini. Passiamo un’ora da incubo che avremmo ben voluto risparmiarci, mettendo a dura prova la nostra voglia di CN fatto in queste condizioni. Verso le 23 di colpo il nulla, esco sotto un cielo stellato con un silenzio totale e senza la minima brezza, calma piatta ovunque, sull’isola e in laguna.
 
DAY 5: da Grado a Trieste
All’alba ci svegliano le voci dei frati venuti a vedere i danni del temporale e verificare che stessimo bene. Tavoli, sedie, vasi, cestini, tutto è ovunque e ribaltato per terra insieme a un tappeto di foglie e rami. Percepiamo sotto di noi uno strano movimento del gommone e capiamo che la chiglia sfiora il fondale della darsena. Il nostro amico Sandro, esperto di questa laguna e iscritto come noi al Forum di Gommoni e Motori, mi aveva avvertito la sera prima, vedendo una delle foto che gli avevamo inviato del nostro ormeggio a Barbana, che dovevo mollare gli ormeggi per compensare l’importante bassa marea prevista per la notte e soprattutto alzare tutto il motore che era in trim neutro. L’escursione di marea è stata importante ma soprattutto: “Chi g’à sugà i canal de la laguna!!!???!!!??”
Ci rendiamo conto che l’evento è raro osservando i frati che fanno le foto e ci raccontano di vederlo solo un paio di volte l’anno. La laguna intorno all’Isola Santuario si è ritirata trasformandosi in un reticolo di campi emersi con gli stretti canali dragati tra le bricole che riflettono una splendida luce mattutina.
Salutiamo l’Isola di Barbana e riprendiamo l’Idrovia verso est percorrendo il Canale di Primero. Questo sfocia tra due file di bricole in mare dove finalmente usciamo dalla planata e sotto di noi la chiglia del gommone assaggia per la prima volta l’onda dopo 5 piatti giorni di navigazione e 291 miglia nautiche. Non solo, dopo tanta acqua dolce e salmastra eccoci nell’acqua salata del mare che ci accompagnerà in queste ultime 12 miglia. E’ stata una navigazione attenta, a volte lenta, che sa di antico e con regole diverse, d’altri tempi, quando si percorrevano fiumi e canali per lavoro o mobilità ordinaria, quando navigare lungo le vie d’acqua era normale e a volte l’unica opzione, la più semplice, una delle tante cose semplici che stiamo lasciando andare alla deriva.
All’orizzonte vediamo in maniera distinta il castello di Miramare in un cielo reso incredibilmente terso dalla bora di ieri. Miglio dopo miglio il mare migliora e diventa calmo in prossimità delle candide mura di questo monumento. Ma Trieste, che è il vero punto di arrivo di questa estate di navigazione, ci attira come una calamita e dopo dieci minuti transitiamo davanti al faro della città, entriamo in porto e abbassiamo la manetta proprio di fronte alla sua famosa piazza, che è una delle più belle d’Italia.
Il palcoscenico di Trieste davanti ai nostri occhi da un’emozione speciale considerando che lo abbiamo raggiunto sull’acqua da Pavia lungo il Po e le Idrovie: è stata una navigazione impegnativa e sappiamo che come altre che abbiamo intrapreso negli ultimi anni anche questa si fa una sola volta nella vita, e ora si è conclusa, è finita. Ci godiamo questi minuti e poi chiamiamo con il vhf la Marina San Giusto che ha i pontili proprio a fianco della piazza in centro città e ci concede un ormeggio con servizi a terra da cabina di prima classe.
Montiamo la tenda da CN e poi via a piedi alla scoperta di Trieste, in una tiepida notte di mezza estate doppiamente illuminata anche dalla luna piena: scenario da favola per festeggiare un regalo speciale ricamato con l’elica lungo 487 dolcissimi chilometri, con l’aggiunta finale di un pizzico di sale!
 
DAY 6: da Trieste a Lussino
Da Trieste doppiamo Pirano e il capo a nord dell’Istria facendo stop a Umago per l’entrata in dogana. Avevamo previsto di fare CN a Rovigno ma le previsioni per domani non sono buone e non vogliamo beccarci mare nel Quarnaro che traversiamo con onda spigolosa e dopo 111 miglia da Trieste dribliamo Otok Unije e le Strakane per arrivare a Lussino.
 
LA MERITATA VACANZA NAVIGANDO COMUNQUE....
A Lussino e dintorni restiamo una settimana percorrendo più di 200 mn navigando nelle isole limitrofe a tiro di giornata ma sempre attenti alle previsioni meteo che in questi giorni restano ballerine e spesso ci obbligano a fughe pomeridiane verso la parte sottovento della penisola di Lussino. In particolare abbiamo visitato per bene l’Isola di Susak (Sansego) che geologicamente non si esclude si sia formata durante l’ultima era glaciale sui sedimenti del fiume Po! Leggenda o no ci piaceva fare terminare simbolicamente qui la nostra navigazione.
 
IL TRAGITTO DI RIENTRO DA LUSSINO A PAVIA
Il viaggio di rientro ci vedrà effettuare delle soste in CN a Vrsar (Orsera), Grado, Porto Levante e, da qui ,volevamo rientrare verso Mantova lungo il Canal Bianco per poi discendere il Mincio, la conca di Governolo e risalire il Po fino a Cremona. Ma purtroppo i tronchi e rami portati dai temporali agostani avevano sbarrato il transito a valle della conca alla foce del Mincio. Questo è uno dei tanti segnali che evidenziano come il diporto fluviale non sia di certo tra le priorità dell’agenda politica. Il grande fiume ha amministrativamente tanti padri e padroni: una volta si chiamava Alto Magistrato del Po, oggi vi sono decine e decine di enti che fanno capo all’AIPO (Agenzia Interregionale del Po) e che millantano governo, potere, conoscenza, legittimità su quello che vi accade sull’acqua, tra gli argini, le golene. Questo tutto sulla carta perché a fine navigazione una delle cose che abbiamo capito è che questo è ancora uno dei pochi posti in Italia di pura libertà, solitudine e ahinoi anche anarchia. Non è questione di poter e/o voler fare quello che si vuole: il fatto è che nessuno vigila e presidia nella realtà le centinaia di chilometri di ambiente fluviale lasciato al governo di chi lo vive, abita, percorre, sfrutta. Legalmente o in maniera illecita. Il tutto non in pieno Sahel, nella Tundra o in Patagonia ma all’interno di un bacino che tocca il 25% della superficie nazionale, produce il 40% del Pil italiano, il 37% dell’industria e il 46% dei posti di lavoro, avente 16 milioni di persone residenti nell’area traversata dal Po. In qualsiasi paese responsabile la valorizzazione e le problematiche di questa arteria fluviale sarebbero un punto fisso nell’agenda di chi amministra la cosa pubblica. Lo stato del fiume testimonia da solo che chiaramente non è così.
In 10 ore da Porto Levante abbiamo risalito il Po contro corrente fino a Cremona, stavolta in maniera spensierata e con andatura sui 25 nodi ma attenti allo schermo dell’ecoscandaglio, tenendo centrato il barchino del cursore del Raymarine sulla traccia dell’andata, in modo da prevedere in anticipo le zone dove ci eravamo insabbiati.
Ci fermiamo al Porto Fluviale del Boretto per rifornimento carburante e percorriamo le restanti decine di miglia finché arriva anche l’ultima curva del fiume prima di Cremona. Un’ultima dopo le centinaia che hanno tenuto accese la nostra curiosità e la voglia di scoprire, capire, osservare cosa c’era oltre ogni ansa di questa navigazione fluviale, lagunare e lungo i canali delle idrovie. Dopo 18 giorni di navigazione arriviamo davanti alla MAC di Cremona dove l’argano stacca dall’acqua la chiglia di gambocat che ha percorso 1.079 miglia nautiche in 64 ore  di moto effettive, trasformando 740 litri di benzina in emozioni di una navigazione intensa.
 
 IL PERCORSO03 01
 
 
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